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Fiera del libro - Dal Vangelo secondo Roy, atto II In evidenza

Il Secondo Tempo (Guanda, 317 pagine, euro 18,50) è la biografia che raccoglie la seconda metà della carriera di Roy Keane: quella che segnato la fine del rapporto del centrocampista irlandese con il Manchester United, la breve permanenza al Celtic e le prime esperienze in panchina, da manager ad assistente.

 

Scritto con il connazionale Roddy Doyle - giornalista dublinese che nel 1993 ha vinto il Booker Prize con il libro Paddy Clarke ah ah ah! -, The Second Half passa a pieni voti l'esame della critica, rappresentando una biografia completa, caratteriale e sincera; proprio come Roy Keane era in campo. Nei primi capitoli del libro l'ex capitano dello United focalizza la propria attenzione su gli eventi che più importanti che hanno determinato non solo gli ultimi anni di militanza ad Old Trafford, bensì tutta la sua straordinaria carriera. E mi riferisco al celebre intervento scomposto su Alf Inge Haaland nel derby di Manchester della stagione 2000-2001, in cui Keane volle vendicarsi di uno sbeffeggio rivolto dallo stesso Haaland ai tempi di un Leeds-United di quattro anni prima; e del più noto battibecco con Patrick Vieira nei minuti precedenti un match ad Highbury. 

"Avevo aspettato abbastanza. L'ho colpito dannatamente forte. La palla era là (credo). Beccati questo, stron*o. E non provare più a ghignarmi in faccia che sono un simulatore".

Nel primo caso, Keane non nega mai la volontarietà del gesto, ma allo stesso tempo denuncia la campagna mediatica subita da lui e la sua famiglia, il cui attaccamento a moglie e figli ricorrerà in quasi ogni singola pagina, nelle settimane successive l'evento. Nonostante la multa e le giornate di squalifiche, il giocatore ammette il disagio del vivere con i tanti giornalisti e fotografi accampati fuori casa sua di giorno e di notte, nonchè la difficoltà nel trovarsi trattato come un criminale dalla Football Association, che si affidò nelle mani di un noto avvocato londinese - e di fede Spurs - per "appendere al muro" Roy. E in particolare, come contrariamente pensato da tutti, Keane rivendica come non sia stato il suo intervento a porre finire alla carriera del norvegese, che tre giorni dopo rispose a una chiamata della sua Nazionale. Molto più divertente ed entusiasmante, invece, il celebre litigio con Vieira nella "pancia" di Highbury. Facendo un passo indietro, il protagonista del libro svela come, negli anni precedenti all'ascesa del Chelsea di Abramovich, il dominio in Premier, non solo tecnicamente parlando, fosse di Arsenal e United. Due squadre che si odiavano, ma che si rispettavano a vicenda visto il grande talento e carisma di cui godevano i giocatori più importanti delle rispettive squadre. A scatenare l'ira di Roy fu in realtà una confessione di Gary Neville - "una delle persone più squisite che possiate mai incontrare" a detta dell'irlandese -, che ammise di essere stato minacciato dai giocatori dell'Arsenal nel riscaldamento. Al momento di scendere in campo, Keane si accorse di aver dimenticato la fascia di capitano nello spogliatoio, e quando rientrò nel tunnel vide due dita puntate contro Nevile. 

"Cinque secondi prima, nello spogliatoio, ero perfettamente calmo, pronto per la partita. Ma in quel momento, dopo le parole che mi aveva detto Gary, pensai: bastardi, lo stavano aspettando sul serio! / mi dissi: va bene, vado / "ci vediamo fuori", dissi. / Avevano scelto apposta il nostro giocatore più debole / se fossero andati da Wes Brown e Nicky Butt non avrei detto niente. /  "ci vediamo là fuori". E lo dicevo sul serio. Io amo il calcio. Avremmo chiarito la cosa in campo, senza nasconderci. Prima della partita avevo letto del lavoro di beneficenza fatto da Vieira in Senegal, il paese in cui è nato. Diceva che gli piaceva tornarci, di tanto in tanto. Cosi gli chiesi "Se ami tanto il Senegal, perchè ca**o non giochi per loro ?". Lui, credo, fece una battuta sull'Irlanda e i Mondiali. Eravamo solo due uomini adulti che si beccavano a vicenda. A quel punti arrivò l'arbitro Graham Poll e disse "adesso basta, lascia perdere". "E' quello che sto facendo. Su, usciamo"

Nonostante Keane neghi che quell'episodio abbia influenzato l'esito della gara, è innegabile che il 2-4 a favore dello United sia sopratutto figlio della scarica di adrenalina prodotta dai quei minuti concitati. 

Trova ancora posto nei capitoli della sua carriera con i Red Devils alcune considerazioni sui compagni di squadra dei suoi dodici anni a Manchester. Dalla profonda stima per due atleti esemplari come Forlan e Giuseppe Rossi - e una volta manager del Sunderland tentò di portarli entrambi allo Stadium of Light - a Peter Schmeichel, che si beccò un pugno in faccia a brucia pelo quando, durante un ritiro estivo, il portiere bussò alla porta di Keane per chiedere un chiarimento circa vecchie questioni. Non ci sono parole di affetto, invece, per Sir Alex Ferguson, considerato da Roy un allenatore dalla mentalità vincente, ma non una persona di sentimento; così come David Beckham, considerato soltanto uno che cercava fama, a differenza di Cantona o Brian Robson, capitani ed esempi di riferimento dei primi anni del protagonista a Old Trafford. 

E così, dopo aver dedicato un buon numero di pagine a tutto l'iter che lo hanno portato a separarsi dallo United, nonchè lo shock di trovarsi a sfilare una maglia dopo così tanti anni di carriera, arriva il capitolo che riguarda l'esperienza di Celtic. Un'avventura desiderata da tutti gli irlandesi purosangue del mondo, ma giunta in un momento in cui Keane si rendette conto che il fisico non gli permetteva più un certo rendimento in campo, e che la carriera era agli sgoccioli. Ma la nomina di Man of the Match in un Old Firm in cui i Celts espugnarono Ibrox resta il più bel ricordo della parentesi di Keane in Scozia. E la sua maglia a strisce biancoverdi con il numero 16 è usata oggi da Keane come pigiama nelle trasferte lontane da casa.

La parte più bella del libro è però quella che narra della sua nuova carriera in panchina. Una scelta dettata dalla volontà di Roy di frequentare i corsi per ricevere la licenza, ma sopratutto dalla necessità di costruire un dopo carriera. Un ostacolo sempre di difficile portata per un professionista. E dalla libertà di gestirsi come calciatore, Keane mostra tutte le difficoltà di gestire un gruppo di giocatori e tutto lo staff tecnico. Gli anni di Sunderland, inutile negarlo, sono stati fin qui i migliori della carriera di Roy da bordo campo. Un incarico prima rifiutato ma poi accettato per accontentare un gruppo di irlandesi che avevano rilevato il club, Due stagioni e mezzo da brivido, con un mercato condotto interamente da Keane e un'immediata promozione e salvezza in Premier. Due anni, però, terminati poi nel modo peggiore, con le dimissioni frutto di un malinteso che, personalmente parlando, mi hanno fatto ricordare la separazione di Brian Clough dal Derby County. Ha del tragico, invece, il suo racconto sull'esperienza di Ipswich, unica vera nota storta della sua vita da allenatore in un ambiente depresso e con una società assente, sia sul mercato che all'interno dello spogliatoio. Ad oggi risulta l'unico esonero della sua carriera, comunicato tra l'altro con una lettera lasciata sotto la porta del suo appartamento.

L'ultima parte del libro è infine dedicato al suo amore per l'Irlanda. Un dato, a dire la verità, abbastanza costante dalla prima all'ultima pagina. Dall'orgoglio di vestire la maglia verde, al dispiacere per i fatti di Saipan che gli costarono il Mondiale 2002; dalla rabbia di Ferguson per la decisione di Keane di rispondere a ogni convocazione, fino all'ammirazione per Martin O'Neil, allenatore per il quale il protagonista del libro è ora assistente. Nell'ultimo capitolo Keane spiega come i due abbiano svolto fin qui un ottimo lavoro in Nazionale, visionando da vicino tutti gli irlandesi impegnati in Premier, e creando un gruppo coeso e di orgoglio nazionale. Sul suo futuro ammette che ci sarà il tempo per pensarci, perchè lavorare per la Nazionale, dice, è il massimo che gli possa capitare. E perchè a fare il "pupazzo" in tv, dicendo "cose insensate che nemmeno pensi ma che devi dire", il buon Roy proprio non ne ha voglia.

Con ottime recensioni da parte di Daily Mail, Irish Times e The Times, che ha etichettato Il Secondo Tempo come "un capolavoro", la seconda biografia di Roy Keane resta in definitiva un libro da leggere, gustare e apprezzare. Una raccolta di memorie di un uomo mai banale, che può solo essere amato o odiato. Ma nel caso lo odiaste, siate pronti a subirne le conseguenze. 

"Sono un uomo comune. Forse ho solo preteso un pò di più di quello che di solito ti offrono sul piatto".

 

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Andrea Dimasi

Ha fatto parte dello staff della Nazionale inglese di rugby ai Mondiali under 20 del 2015. Giornalista per il quotidiano Bresciaoggi, qualche comparsata in tv e in radio. Amante di storia e cultura britannica, accanito ground-hopper degli stadi d'oltremanica, segue il calcio inglese da oltre quindici anni. So occupa principalmente di aspetti economici del calcio e di serie minori. E' co-fondatore della pagina Facebook Football League Italia e autore del libro "Old Firm - La battaglia di Glasgow", edito da Urbone Publishing.

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