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Il mio primo Anfield In evidenza

LIVERPOOL NEWCASTLE ANFIELD ROAD / LIVERPOOL - Inghilterra, Liverpool, Anfield Road. È il 13 aprile 2015: un’altra stagione di Premier si avvia alla sua conclusione.

La posta in palio non è altissima: una normale gara di campionato in cui le due squadre non hanno granché da chiedere alla classifica. Il Newcastle è adagiato nella metà bassa della graduatoria, che gli garantisce salvezza tranquilla ma senza ambizioni europee. I Reds, invece, di ambizioni europee ne hanno (sesto posto e in piena corsa per un piazzamento in Europa League), ma – proprio in quanto Liverpool – non è una delle migliori stagioni per una società abituata a ben altri palcoscenici. Un tranquillo “Monday Night”, niente più.

Io, però, tutta questa tranquillità non riesco a provarla. Per me questa partita ha un valore speciale. Si tratta della mia prima volta in uno stadio inglese: mio fratello mi ha fatto questo – piccolissimo – regalo, e per noi che da sempre sogniamo di cantare “You’ll never walk alone” dal vivo è un sogno che si realizza. Così è stato. A cominciare dal pre-partita, in cui abbiamo la fortuna di imbatterci nei pullman delle squadre che arrivano allo stadio. Mi colpisce l’estrema civiltà dei tifosi: stesso atteggiamento verso entrambe le squadre, sia che fosse la propria sia che fosse quella avversaria. Ammirata contemplazione accompagnata da foto e video per immortalare il momento, poi stop. Non un fischio, non un insulto. In Italia, non va proprio così… 

Altra differenza rispetto all’Italia: varchiamo i cancelli, facciamo la fila (nemmeno tanta), salutiamo lo steward, passiamo la tessera nel tornello e siamo dentro. Guardo mio fratello come per dire: “Tutto qui?!”. Nessuno che ti tocca, nessuno che ti spinge, nessuno che ti chiede i documenti. Non ce n’è bisogno. Qui gli steward ridono e scherzano con i tifosi, per vietarti qualcosa iniziano la frase con “Can you…?” (ben sapendo che non è una richiesta, ma un’imposizione gentile) e quando entri in tribuna ti dicono: “Enjoy the match!”. Altro mondo, altra accoglienza. Altro clima, perché dopo aver ammirato lo stadio vuoto, pian piano comincia ad arrivare la gente e l’atmosfera si fa più calda. Calda, non cattiva: ho la fortuna di avere avuto un posto in tribuna proprio in parte al settore ospiti: i rari insulti vengono accolti con risate e ironia da ambo le parti. Fantastico! Troviamo un’altra famiglia italiana venuta apposta per la partita, poi diciamo allo steward che siamo della città di Balotelli e lui risponde con una risata che esprime tutto quello che non solo lui, ma tutti i tifosi del Liverpool (e forse gli inglesi in generale) pensano su di lui. In una sola parola: “He’s mad!”, con tutto quello di rabbioso e di affettuoso che questa parola contenere. 

Poi, arriva il momento fondamentale. Praticamente, il motivo principale per cui siamo attratti da questa squadra, da questo stadio, da questi tifosi. “You’ll never walk alone”: dieci anni di Liverpool condensati in un minuto e mezzo. Sì, perché ho cominciato a seguire questa squadra dopo la finale di Istanbul (tra l’altro, prima della partita abbiamo scattato una foto in un pub con la riproduzione della Champions League con la scritta “The miracle of Istanbul”) e da lì ho iniziato ad ascoltare prima, e cantare poi, quel magico inno che ti mette i brividi. E l’ho cantato, finalmente, anche dal vivo: spettacolare, proprio come me l’aspettavo. Solo per questo momento, ne è già a valsa la pena. Subito dopo, il minuto di silenzio per le 96 vittime di Hillsbrough: la Kop che un attimo prima era scatenata, ora – come tutto il resto dello stadio – è ammutolita in un silenzio pieno di rispetto. Indescrivibile. 

La partita è solo un contorno. I due pregevoli gol di Sterling e Allen, i colpi di genio di Coutinho, l’ingresso di Borini (da buon italiano, ho lasciato partire un urlo di incitazione che ha provocato l’ilarità dei tifosi accanto a me). Bello sì, ma non è questo il vero spettacolo. Il vero spettacolo è stata la standing ovation per l’avversario – ma solo sul campo – Jonas Gutierrez al rientro dopo aver sconfitto il cancro. Il vero spettacolo sono stati gli applausi per tanto per i tackle quanto per i gol, così come gli “Uuuh” di dissenso per un passaggio indietro e non invece volto all’attacco. Il vero spettacolo è stata la pulizia delle strade dopo la partita. Lo è stato lo stadio, dal quale bastava solamente attraversare la strada per trovarsi immersi nelle case del quartiere. Lo è stato la passione dei tifosi, che dopo la partita si sono fermati accanto ai cancelli ad aspettare i loro beniamini che, uno ad uno, se ne tornavano a casa alla guida delle loro fuoriserie. Con la “chicca” finale degli autografi di Coutinho e, soprattutto, Kolo Tourè, idolo assoluto che insieme ai suoi due figli si è fermato a ridere e scherzare con i tifosi attratto dal coro a lui dedicato: “Kolo, Kolo Kolo, Kolo Kolo… [avanti a oltranza]”. Grande Kolo, grande Liverpool, grande Premier! Un grazie a mio fratello, che ha proprio azzeccato il regalo… We’ll never walk alone!

 

Di Jacopo Zanardi

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Redazione Uk Premier

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