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Hibernian story: una mappa, due date, uno scrittore In evidenza

Per capire cosa è stata e cosa ha rappresentato questa stagione per l'Hibernian, c'è bisogno di una mappa, due date e di uno scrittore. Perchè soltanto chi conosce l'animo degli Hibs, la realtà del proprio luogo e chi ha contribuito a diffonderne il mito, può capire perchè questa annata si concilia perfettamente con la realtà sociale del club.

L'Hibernian è una delle due squadre di Edimburgo; anzi, con l'ascesa nel professionismo dell'Edinburgh City, ora è giusto dire che l'Hibernian è una delle tre squadre di Edimburgo. La realtà è però un'altra: sì, il nome della città campeggia fiera nel simbolo della società, ma l'Hibernian ha meno rapporti con "Edinbrààh" rispetto a tutte le altre squadre di Scozia. Fondata da immigrati irlandesi che hanno dato alla loro creatura il nome romano dell'isola di San Patrizio, l'habitat naturale degli Hibs non è Edimburgo, è Leith. Non vi offendete: Leith è una fogna. E sottolineare il fatto che ci si debba star lontano dal sobborgo a mio avviso non è casuale che, partendo dalla stazione di Weverley, è in salita la strada per fuggire dall'area portuale e operaia della capitale per poi tornare nel benessere di Princess Street o del Royal Mile. Però Leith ama l'Hibernian, e l'Hibernian ama Leith. E Leith riflette una strana idea di massimo, di passaggio passivo della vita che, sotto sotto, caratterizza anche gli Hibs. 

Le due date che caratterizzano questa stagione della squadra di Stubbs sono il 13 marzo e il 13 maggio. La prima si riferisce al primo viaggio stagionale ad Hampden Park per la finale di League Cup, vinta per la prima volta dal Ross County; la seconda, invece, è la clamorosa uscita di scena nella semifinale play-off contro il Falkirk, quando ai Bairns sono bastati cinque tiri  in porta e cinque gol in due gare per irrompere in finale, rovesciando nei minuti finali il 1-2 firmato da James Keating, uno che nelle ultime due stagioni aveva conquistato la promozione con Accies e Hearts, e bastava solo questo per far capire che sarebbe potuta essere, almeno per una volta, l'anno buono. In mezzo ci si mette anche un campionato iniziato male, con un punto in tre partite, e una ripresa caratterizzata in autunno da otto vittorie consecutive. E quando finalmente sembrava che gli Hibs potessero giocarsela fino alla fine con i Rangers per la conquista del primo posto, arriva un turno infrasettimanale di marzo; un match casalingo agevole contro un Greenock Morton ormai salvo, capace però di espugnare per tre reti Easter Road. Eh vabbè, sarà un episodio. E invece no: è l'inizio di un crollo che che porta la squadra a cinque sconfitte in sette gare, e all'addio dei sogni di primato. La ripresa arriva, come a inizio stagione, nelle ultime giornate. E' il 12 aprile, c'è di mezzo un altro turno infrasettimanale a Easter Road, questa voltà più importante, perchè c'è il Falkirk con cui gli Hibs si giocano il secondo posto. Avanti 2-0, sono ancora i Bairns s vestire i panni dei guastafeste e a rimontare nei minuti finali. E a fine campionato, quando le due squadre concluderanno la stagione al secondo posto a quota 70 punti e sarà il Falkirk a prevalere per la differenza reti, l'Hibernian si mangerà le mani per quei due punti persi. 

Basterebbe questo a un frequentatore di Easter Road, unico vero raggio di sole in quella fogna che è Leith, per stracciare l'abbonamento e rinunciarci. E qui si infila il ruolo dell'autore, quello di Irvine Welsh: la penna che "partori" Trainspotting, il tifoso più popolare degli Hibs. Lo scrittore che ha portato Edimburgo e i suoi sobborghi all'interno dei suoi scritti. "Non posso fare il tifo per una squadra che vince", e allora ecco spiegato il perchè del suo rapporto con l'Hibernian. A metterlo in crisi ci avrà forse provato la cavalcata degli Hibs nell'altra coppa, quella di Scozia. Un passaggio del turno a scapito degli odiati Hearts dopo aver riacciuffato nel recupero il pareggio a Tynecastle e aver vinto di misura il replay, un nuovo colpaccio da "Premiership" sul campo dell'Inverness e poi quella più bella; non la finale con i Rangers, ma la semifinale contro il Dundee United quando i malumori di una settimana sull'affidabilità di Conrad Logan, corpulento estremo difensore in uscita dal Leicester, vengono zittiti da una prestazione in cui il portiere para di tutto, dai tempi regolamentari ai rigori, e gli Hibs sono in finale, pronti a riscattare 114 anni di attesa per quella coppa e una stagione da rodimento fino all'ultima curva.

"Se esiste una giustizia divina l'Hibernian vincerà la Scottish Cup" è la cosa più bella che leggo su un forum il giorno dopo la beffa della semifinale play-off

E nell'ultimo atto della stagione, per la terza volta ad Hampden Park, il punto esclamativo sul successo più bello della storia del club lo mette Anthony Stokes: l'eroe di ritorno dal Celtic dopo l'inspiegabile cessione di Malonga, ma mai capace di essere incisivo in campionato. Doveva essere l'uomo in più per la promozione, lo è stato invece in coppa. Doppietta ai Caley Jags, altri due gol ai Rangers nel suo personale Old Firm; poi arriva il testone calvo di Capitan Grey, a segno nel recupero. Scottish Cup all'Hibernian, 150mila persone festeggiano la bus parade tra Leith ed Edimburgo, il lieto fine è servito. Perchè è giusto così.

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Andrea Dimasi

Ha fatto parte dello staff della Nazionale inglese di rugby ai Mondiali under 20 del 2015. Giornalista per il quotidiano Bresciaoggi, qualche comparsata in tv e in radio. Amante di storia e cultura britannica, accanito ground-hopper degli stadi d'oltremanica, segue il calcio inglese da oltre quindici anni. So occupa principalmente di aspetti economici del calcio e di serie minori. E' co-fondatore della pagina Facebook Football League Italia e autore del libro "Old Firm - La battaglia di Glasgow", edito da Urbone Publishing.

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