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11 Novembre 2016: una giornata che rimarrà impressa nella mia mente per sempre In evidenza

Dare voce ai nostri lettori ha sempre rappresentato un punto chiave nel nostro progetto. Proprio per questo siamo molto lieti di raccogliere la testimonianza di Simone Longo, presente a Wembley in occasione dell'incontro di qualificazione ai mondiali tra Inghilterra e Scozia. Non una semplice partita, ma la partita: l'incontro tra Nazionali più antico della storia del calcio.

Da sempre il mio tifo calcistico per quanto riguarda le nazionali è per quella inglese. Sono sempre stato affascinato dal calcio britannico; dalla sua atmosfera, dai suoi stadi, dal suo pubblico, e soprattutto dalla sua storia. 

Quello stemma con i 3 leoni, che fu di Re Riccardo (il cuor di leone) e che ora identifica la nazionale inglese, ha sempre rappresentato per il sottoscritto, oltre alla squadra nazionale di calcio più antica del mondo (1872), un simbolo di ammirazione, rispetto e appartenenza. Anche la bandiera di San Giorgio, bianca con la croce rossa, ha sempre scaturito in me i medesimi sentimenti: oltre ad essere un vessillo storico, è la bandiera della mia città (Milano). Per non parlare del "God save the Queen": sin dalla prima volta in cui ho visto in TV tutti i giocatori cantare questo inno all'unisono con gli 80.000 presenti a Wembley mi ha sempre messo i brividi!  

Anche il mio tifo riguardo ai club si divide tra la squadra della mia città, il Milan (squadra fondata dagli inglesi), e l'Ipswich Town (di cui sono il presidente del supporters club italiano) e perciò mi viene ancor più naturale tifare per la nazionale di calcio dell'Inghilterra. Sono italiano ma il calcio a cui sento di appartenere, in cui mi identifico e che più mi rappresenta è sicuramente quello d'oltremanica. 

 

È fine luglio 2015 quando leggo distrattamente la notizia relativa ai sorteggi di qualificazione ai mondiali di Russia 2018 quando, mentre scorro i vari gruppi leggendo le squadre sorteggiate, all'improvviso sobbalzo: nel gruppo F ci sono, tra le altre, Inghilterra e Scozia. Penso tra me e me: "come? Ho letto bene? Inghilterra e Scozia nello stesso girone?" Leggo e rileggo più volte e mi dico: "si, ho letto bene". È  la partita tra nazionali più antica del mondo (si giocava già negli anni 70 del diciannovesimo secolo), è la storia del calcio. Non posso mancare; guardo il calendario degli incontri e segno subito la data (11 novembre 2016) e con largo anticipo (manca più di un anno) comunico la mia intenzione ai miei amici inglesi Liz e Tim (presidenti dell'Ipswich Town supporters club che seguono in ogni dove la nazionale inglese): "desidero esserci, è un sogno per me, una di quelle cose da fare almeno una volta nella mia vita!"

Il tempo intanto passa e  qualche mese dopo in una sera di settembre, mi arriva un sms: "Simo hai il tuo biglietto, sarai presto a Wembley per Inghilterra Scozia!". Sapevo che i miei amici inglesi avrebbero fatto di tutto per accontentarmi e non li ringrazierò mai abbastanza! A Wembley c'ero già stato ma per fare il tour dello stadio e mai a vedere un incontro (avevo anche già assistito un match dei 3 leoni dal vivo, ma in "trasferta” in amichevole a Torino contro l’Italia), ora invece sarà per una partita ufficiale di qualificazioni ai mondiali. E che partita: per un tifoso della nazionale inglese non c’è niente di più che Inghilterra-Scozia.

Arriva così il momento e con un giorno d'anticipo (giovedì 10) eccomi a Londra. Già dal mio arrivo, sia in aeroporto sia sul treno per Liverpool street, inizio a vedere i numerosi tifosi scozzesi facilmente riconoscibili visto che, praticamente tutti, indossano i loro kilt e la maglia della loro nazionale. È un'invasione pacifica e la visione dei simpatici supporters scozzesi mi fa entrare ancora di più nel clima pre-partita. Giornali, tv e radio non parlano d’altro e l’adrenalina sale…

Ci siamo (e ci sono!): venerdì 11 novembre 2016 è il giorno di Inghilterra-Scozia ma non solo: è anche il remembrance day: ogni anno, l’undicesimo giorno dell’undicesimo mese (ricorrenza dell’armistizio della prima guerra mondiale) si ricordano i caduti di guerra, ed è una celebrazione molto sentita nel Regno Unito. Appena sveglio accendo la TV, si parla solo della partita e c'è grande attesa ovviamente: gli auld enemy (gli antichi rivali) non si incontrano in un match ufficiale dal 1999 (da allora solo 3 amichevoli, l’ultima nel 2014).

Ma decido di ascoltare il programma radiofonico condotto da Alan Brazil (ex calciatore scozzese leggenda del mio Ipswich)  "The Alan Brazil sports breakfast" su TalkSport radio. Mi sembra di vivere in un film e penso alla fortuna che sto avendo. Mentre faccio colazione mi sovvengono i ricordi e gli aneddoti sulla nazionale inglese e su questa partita di cui ho avuto la fortuna di sentire il racconto di Kevin Beattie e Terry Butcher (che conosco di persona, altra fortuna). Preparo il mio zaino, non voglio dimenticare nulla: maglia e bandiera dell'Inghilterra le ho, la Oyster card è già nella tasca e il poppy (il papavero rosso simbolo del remembrance day) è pronto da appuntare sul mio giubbotto. 

 

Alle 15 l'appuntamento è con Liz e Tim alla Counting house, nel cuore della city, per fare quattro chiacchiere e bere un paio di pinte (o viceversa) nell'attesa che arrivi anche Steve prima di intraprendere il nostro cammino verso Wembley. La metropolitana è piena di tifosi nelle loro livree, bianche (gli inglesi) e blu (gli scozzesi), che intonano i cori e capisco che il momento tanto atteso ora è davvero arrivato. All'uscita della metropolitana di Wembley park ci apprestiamo a percorrere il mitico viale (la Olympic Way) che porta allo stadio… che emozione! Eccolo, si vede già là in fondo, il Wembley Stadium maestoso e tutto illuminato con il suo famoso arco (punto più alto dello skyline di Londra) che lo sovrasta e lo rende ancora più imponente. La fiumana di gente (di cui faccio parte) che si sta per dirigere nell'impianto sembra un popolo in pellegrinaggio, pieno di fede, verso la cattedrale. 

Ci sono i tipici poliziotti a cavallo ma il loro ruolo sembra essere solo accessorio visto che tutto fila liscio. La marea umana scorre ordinata tra i chioschi dei prodotti ufficiali e i chioschi di cibarie di vario genere che inebriano l'aria umida e tipica di una serata autunnale in terra di Albione. All'ingresso, appena al di fuori delle tribune, la mega statua di Bobby Moore veglia sulla folla, sembra accoglierci e darci il benvenuto. Preparo il mio biglietto e varco la soglia dei tornelli; il tempo di comprare una sciarpa e un programma del match e sono pronto all'appuntamento con la storia. 

 

Il mio posto è nella west stand, livello 1, settore 137, fila 13… sono praticamente a bordo campo! Mi guardo in giro per captare ogni immagine per scolpirla indelebile nella mia mente e memorizzarla per sempre con i suoni, i colori e gli odori che nessuna foto, per quanto bella possa essere, può catturare. Alla mia destra la tartan army , di fronte a me la end con i tifosi inglesi vestiti di bianco e di rosso a formare una bandiera inglese grande quanto l'intero settore. 

Mi soffermo sul campo e penso ai miei eroi del passato che hanno calcato quel terreno di gioco: penso al goal di Gazza Gascoigne proprio qui e proprio contro la Scozia a Euro 96, ai tackle di Paul Ince, ai palloni telecomandati calciati dai piedi magici di David Beckham e alle serpentine palla al piede di Michael Owen. Penso che proprio qui il mio Milan vinse la sua prima coppa dei campioni nel 63 e penso al mio Ipswich che sempre qui nel 2000 vinse la finale playoff per andare in Premier League e ancor prima, nel 1978, a quando vinse la finale di FA Cup. Il tempo di scattare qualche foto (questa volta con la fotocamera per supportare la memoria) e parte la canzone "Three Lions" inno scritto per la nazionale inglese per euro 96 che è ancora di grande attualità: dice che il calcio torna a casa, parla di 3 leoni su una maglia, della coppa Rimet che continua a brillare e che tanti anni di dolore non fanno smettere di sognare perché è vero che è stato ma può ricapitare.Ci sono anche io qui a Wembley, sono a casa, nella casa del football a supportare i Three Lions e non voglio smettere di sognare! 

Sono le 19.40 (mancano 5 minuti al kick off) e le squadre fanno il loro ingresso sul terreno di gioco nel boato degli oltre 87.500 tifosi presenti, l'Inghilterra in classica maglia bianca e la Scozia con la seconda divisa rosa fluo (maledetto calcio moderno), ed è il momento degli inni nazionali: prima il "flower of Scotland”, con la tartan army a formare una muraglia in delirio, successivamente "il God save the Queen". Mi ripassano in mente tutte le volte che l'ho visto in tv e in cui avrei voluto essere nella folla a cantarlo. Ora mi godo appieno il momento a squarcia gola e con la pelle d'oca: in estasi. 

Ma i momenti toccanti che precedono la partita non sono finiti: (come già detto in precedenza) è il giorno della commemorazione dei caduti della prima guerra mondiale e la banda suona, con le corone di papaveri rossi adagiate a centrocampo e le due compagini (quella inglese e quella scozzese) abbracciate una in fronte all'altra, in un silenzio assoluto pieno di rispetto.

 

 

La gara ha inizio ed è tipicamente britannica: velocità a discapito del tatticismo. L'Inghilterra tiene le redini del gioco e la Scozia prova a rispondere con le proprie armi (orgoglio, grinta e lotta) ma non basta: il tasso tecnico inglese e la forza dei singoli è superiore e si può sintetizzare come un incontro tra una rappresentativa di Premier League (dove militano tutti i giocatori dell'Inghilterra) contro una rappresentativa del Championship (dove giocano la maggior parte dei calciatori scozzesi). I valori in campo sono nettamente differenti e si vede anche nel risultato finale: 3 a 0 per i padroni di casa (reti di Sturridge, Lallana e Cahill)Da sottolineare anche, almeno per il sottoscritto, la prova di Wayne Rooney: un giocatore che ammiro tantissimo, tipicamente e dannatamente inglese nel suo modo di giocare.


Quante emozioni che ho vissuto in questa giornata: al fischio finale ne sono travolto e mi sento quasi stordito. Mi gusto gli ultimi attimi, poi esco dallo stadio e mi mischio nella folla cogliendo per caso un ultimo particolare, un'ultima emozione: scorgo una bambina in braccio al suo papà che alla vista di uno dei poliziotti a cavallo (attratta dal cavallo) lo indica; il poliziotto le fa un cenno gentile per farla avvicinare e le fa accarezzare il cavallo. Questa scena mi ha strappato un gran sorriso: nella confusione di 100.000 persone che sfollano (per quanto civili possano essere) c'è spazio anche per un piccolo-grande gesto.

Lasciati Liz, Tim e Steve, incontro un altro amico, Phil, anche lui di Ipswich, per percorrere insieme la Olympic way direzione tube e vi lascio immaginare quanto tempo ci abbiamo impiegato visto che c'è un solo viale e una sola entrata della metro per migliaia di persone. Ma come per tutta la gente, che procede ordinata, anche per noi non è un problema. Anzi, abbiamo più tempo per conversare, e ne approfittiamo per parlare del match e scambiarci opinioni prima di salutarci.

Poi proseguo solitario la mia strada verso l'hotel felice. E non potrebbe essere altrimenti: felice per ciò  che ho appena vissuto, per aver visto i miei amici, la partita per tutto insomma! Una volta dentro la mia camera, lontano dalla folla e dal frastuono, ripenso a ogni singolo istante di ciò che ormai è stato (ma dentro di me sarà per sempre) rendendomi conto che ora il sogno si è avverato. Nella rilassatezza, ma con ancora una discreta dose di adrenalina in corpo che mi tiene sveglio, rivivo la giornata appena trascorsa. 

Infine faccio un'ultima riflessione.

In tanti in questa serata mi hanno raccontato di quanto bello fosse il vecchio Wembley: come era iconico e che atmosfera che aveva. E che giocatori che c’erano, altro che quelli di oggi. E che maglie che indossavano, molto meglio di quelle di oggi. Rosico: ahimè non ci sono mai stato di persona (è stato abbattuto quando avevo 17 anni). Provo emozioni contrastanti: anche io mi sono innamorato di "quel calcio" (che per ognuno a seconda dell’età equivale a periodi diversi) e anche io sono nostalgico del mio periodo di innamoramento a questo sport (significa che sto pure invecchiando!). Ma siamo sicuri che il nuovo è sempre peggio del vecchio? Riprendendo il discorso Wembley (che calza a pennello): posso assicurare che quello nuovo è davvero spettacolare, al passo coi tempi e non solo; è davvero all'avanguardia (dà quasi l'dea di essere in un'astronave!). E i giocatori siamo sicuri che non hanno passione? Io credo che sia un discorso vecchio come il mondo e che ogni vecchia generazione pensa di essere sempre migliore della nuova. E quelle maglie erano davvero più belle? Magari esteticamente, ma nessuno più giocherebbe con camicioni o maglie di lana giusto?

Tutto il mondo è paese, ma qui è differente: la percezione che ho avuto qui è che tutto mantiene gli stessi valori in un giusto compromesso tre vecchio e nuovo. Hanno magari nostalgia del passato ma accettano comunque il futuro; perché tutto cambia, è inevitabile, ma la storia resta così come resta l'amore per le nostre passioni che viviamo con orgoglio. Ogni tifoso, ogni addetto ai lavori, tutti qui conoscono la propria storia e continuano a farla tramandandola e condividendola come hanno fatto anche con me, ed è quello che più adoro del calcio inglese. Mi addormento sereno consapevole del fatto che ciò che portiamo dentro e ciò che tramandiamo non finirà mai. Con una voglia matta di condividere e divulgare la mia esperienza anche con  te; e ti ringrazio per aver deciso di dedicarmi un po' del tuo tempo per leggere questa storia. 

Con orgoglio e passione. 

 

 

 

 

 

 

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Giulio Bianco

Studente classe 90, un diploma da Ragioniere ed una laurea in lingue (ambito turistico) alle spalle, ha una passione per il football d'oltremanica nata grazie a Gianfranco Zola. Ama il calcio in generale, ma soprattutto le "lower leagues".

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